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Attenti all’AI stile Ghibli. Sembra un gioco ma è una minaccia: per i diritti e l’arte



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Il fenomeno “Ghibli con l’AI” è esempio perfetto di cosa stia accadendo oggi nel mondo del copyright nell’era dell’AI Generativa. Le big tech vogliono scavalcare il diritto d’autore. Pure la condivisione massiccia di immagini in stile Ghibli fatti con AI è un problema: contribuisce a considerare normale l’appropriazione stilistica

Pubblicato il 31 mar 2025

Alfredo Esposito

Studio Legale Difesa d’Autore



ghibli ai

Negli ultimi giorni sui social media si è diffuso il fenomeno della “Ghiblification“. Si tratta della trasformazione di fotografie in immagini che richiamano lo stile unico dello Studio Ghibli, studio di animazione reso celebre dal regista Hayao Miyazaki, autore di capolavori come “La città incantata”, “La principessa Mononoke” o “Il mio vicino Totoro”.

Studio Ghibli con AI: cos’è la “ghiblificazione”

La “Ghiblification” o ghiblificazione avviene tramite modelli di intelligenza artificiale, anche gratuiti, integrati in ChatGPT, che consentono di caricare immagini e modificarle in automatico, senza ulteriori indicazioni, attraverso semplici prompt come “trasforma l’immagine nello stile dello Studio Ghibli“.

Questo fenomeno pop, che ha coinvolto un numero esponenziale di utenti (incluso l’account X della Casa Bianca), non è un caso isolato legato agli ultimi trend social, ma una manifestazione concreta di una strategia organica di OpenAI in materia di proprietà intellettuale, finalizzata a superare definitivamente le normative in materia di diritto d’autore e vincere la battaglia normativa sulla liceità dei training dei modelli di AI Generativa.

Già dalle prime release dei modelli di Midjourney avevamo osservato come i sistemi di AI Generativa possedessero la capacità di ispirarsi agli stili di autori per generare immagini “in stile”, sollevando significative preoccupazioni nel mondo creativo. Tali discussioni avevano condotto, anche sulla spinta di lobby come quella del manifesto EGAIR, all’introduzione, nell’AI Act europeo, di principi quali quello relativo alla trasparenza delle modalità di addestramento dei modelli di GenerativeAI.

La peculiarità della “Ghiblification” e dell’operazione compiuta da OpenAI risiede, tuttavia, nella capacità di ChatGpt di riprodurre con straordinaria fedeltà non solo l’estetica generale, ma anche gli elementi distintivi dello stile Studio Ghibli, inclusi quei tratti grafici specifici che rendono immediatamente riconoscibile la derivazione stilistica.

Quello che apparentemente sembrerebbe un trend passeggero, simile a tanti altri nell’era dell’AI Generativa, si inserisce in realtà in una strategia ben definita da parte di OpenAI e altre big tech sul copyright, successiva alla pubblicazione delle proposte sull’AI Action Plan e formulate dall’azienda stessa su richiesta dell’amministrazione Trump.

  • La strategia si sviluppa su due fronti paralleli. Da un lato, l’azienda introduce nuove funzionalità tecniche che permettono di imitare sempre più fedelmente gli stili artistici altrui; questo avviene grazie all’utilizzo di massa da parte degli utenti, che – spesso inconsapevolmente – contribuiscono a normalizzare pratiche potenzialmente lesive del diritto d’autore, modificando così la percezione collettiva della proprietà intellettuale.
  • Dall’altro lato, con approccio più convenzionale, l’azienda promuove attività di pressione politica per indebolire le normative che proteggono la proprietà intellettuale. Con la scusa ora, in più, che gli Usa devono correre senza i paletti delle regole (incluse quelle del copyright) per non cedere alla concorrenza della Cina dopo Deepseek.

Le dichiarazioni di OpenAI

In questo scenario, il fenomeno “Ghiblification” rappresenta un caso esemplare che illustra concretamente la strategia di espansione del principio del fair use. OpenAI ha introdotto una distinzione significativa: mentre non consente di replicare lo stile di “singoli artisti viventi” (inserendo direttamente il nome dell’artista), permette l’imitazione degli “stili più ampi” come quello Ghibli. Tale differenziazione non è casuale, ma riflette un tentativo deliberato di ridefinire i limiti della tutela del diritto d’autore. Questa operazione appare configurarsi come una sorta di esperimento controllato per testare sia la reazione degli utenti sia la possibilità di modificare gradualmente la percezione collettiva riguardo all’utilizzo di materiale protetto per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale e la successiva generazione di contenuti derivati.

È importante considerare le dichiarazioni ufficiali di OpenAI. La portavoce Kayla Wood ha affermato: “il nostro obiettivo è offrire agli utenti la massima libertà creativa possibile”. Un’affermazione non banale che subordina la protezione dei diritti degli autori originali rispetto alla propria strategia aziendale.

Allo stesso modo, Joanne Jang, responsabile del settore Model Behavior di OpenAI, ha dichiarato che “i dipendenti dei laboratori di AI non dovrebbero decidere cosa le persone possono o non possono creare”. Anche questa affermazione riflette perfettamente la strategia di OpenAI che punta alla deregolamentazione, per allentare le norme vigenti anche attraverso il cambio di percezione sociale degli utenti che condividono massivamente sui social media contenuti che imitano stili artistici riconoscibili.

La controversia sul caso Ghibli AI

I test condotti sul sistema hanno evidenziato notevoli incoerenze nell’applicazione pratica di questa distinzione. Lo stesso modello di intelligenza artificiale risponde in maniera contraddittoria a richieste sostanzialmente identiche, autorizzando o negando la creazione di immagini in stile Ghibli semplicemente in base a minime variazioni lessicali nel testo di input (come la differenza tra formulazioni quali “ispirato a” o “nello stile di”).

Pur in assenza di dichiarazioni ufficiali da parte di Hayao Miyazaki – che verosimilmente sta valutando come affrontare una situazione critica di portata globale– è ben nota la sua posizione sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito artistico. Nel 2016, assistendo a una dimostrazione di animazione generata mediante IA, il maestro giapponese espresse un giudizio inequivocabile, dichiarandosi “assolutamente disgustato” e precisando: “Non vorrei mai incorporare questa tecnologia nel mio lavoro. Ritengo che questo sia un insulto alla vita stessa”.

Tale presa di posizione illustra efficacemente come la controversia in esame trascenda la mera dimensione economica del copyright. La questione coinvolge infatti anche l’aspetto morale relativo alla tutela dell’integrità dell’opera e della visione artistica dell’autore – profilo che, nell’ordinamento italiano, trova specifica tutela nell’istituto del diritto morale d’autore. Questo aspetto risulta frequentemente sottovalutato nelle analisi incentrate prevalentemente sugli elementi patrimoniali che dominano l’attuale dibattito sulla proprietà intellettuale nel contesto digitale.

Gli utilizzatori delle immagini in stile “Ghibli”: quale responsabilità

Nel contesto attuale, è importante considerare la posizione degli utenti finali di queste tecnologie. Spesso senza rendersene conto svolgono contemporaneamente molteplici ruoli significativi: utilizzano legittimamente strumenti tecnologici innovativi che ampliano le loro possibilità espressive; inconsapevolmente promuovono pratiche che potrebbero violare i diritti di proprietà intellettuale altrui; e infine, cedono le proprie immagini personali attraverso licenze d’uso che ne consentono l’utilizzo per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.

La condivisione massiccia di immagini in stile Ghibli sui social media porta a considerare normale l’appropriazione stilistica. Questo crea un consenso tacito intorno a pratiche per le quali sono in corso importanti battaglie legali, tutte incentrate sulla protezione dell’identità creativa e dell’integrità artistica degli autori originali.

Eccessi di Fair Use

Il fenomeno “Ghibli” rappresenta quindi un esempio perfetto di cosa stia accadendo oggi nel mondo del copyright nell’era digitale legata all’AI Generativa.

La strategia di OpenAI è chiara: adotta un’interpretazione estensiva del principio del fair use (uso lecito), rischiando di alterare il bilanciamento tra i diversi interessi legittimi presenti nel panorama creativo contemporaneo.

Senza un adeguato intervento normativo – a livello nazionale, europeo ed internazionale – esiste il rischio concreto di vedere erosa progressivamente la tutela del diritto d’autore attraverso un’interpretazione forzata del fair use che ne stravolge lo scopo originario. Questo approccio rischia di trasformare un’eccezione limitata in un principio generale che legittima pratiche sistematiche di appropriazione stilistica. Oggi applicate alle immagini, domani applicate a tutte le altre forme di espressione artistica.

Le conseguenze stanno già destabilizzando l’intero ecosistema creativo, compromettendo il delicato equilibrio, costruito faticosamente nella storia del diritto della proprietà intellettuale, tra la necessaria protezione dei diritti esclusivi e l’altrettanto fondamentale promozione dell’innovazione culturale e tecnologica nella nostra società.

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